La danza macabra intorno a Gheddafi

 

—  Jean Ping*, 25.8.2014 “Il Manifesto”

 

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L'aeroporto di Tripoli dopo gli scontro di questo giorni, sotto Gheddafi e Sarkozy 

© Reuters

 

Nel 2011, nell’arco di soli 16 giorni, la sovra­nità afri­cana fu vio­lata per due volte da pesanti incur­sioni mili­tari stra­niere, senza che l’Unione afri­cana, evi­den­te­mente rite­nuta un’entità tra­scu­ra­bile, fosse con­sul­tata. Fra il 4 e il 7 aprile, le truppe fran­cesi inter­ve­ni­vano in Costa d’Avorio. Alcuni giorni prima, a par­tire dal 19 marzo, le forze dell’Organizzazione del Trat­tato del Nord Atlan­tico (Nato), in par­ti­co­lare fran­cesi e bri­tan­ni­che, ave­vano comin­ciato a bom­bar­dare la Libia. Secondo l’ex pre­si­dente suda­fri­cano Thabo Mbeki, que­sti eventi hanno reso evi­dente «l’impotenza da parte dell’Unione afri­cana nel far valere i diritti dei popoli del con­ti­nente di fronte alla comu­nità inter­na­zio­nale ». Eppure c’è un fatto che i media hanno igno­rato: in occa­sione dei due con­flitti, l’organizzazione della quale ho pre­sie­duto la Com­mis­sione dal 2008 al 2013 aveva for­mu­lato con­crete pro­po­ste di solu­zioni paci­fi­che, che però gli occi­den­tali e i loro alleati ave­vano impe­rio­sa­mente ignorato.

03pol1 sotto gheddafi sarkozy

Fin dai primi giorni del 2011, in Nor­da­frica erano avve­nuti grandi scon­vol­gi­menti. Il 14 gen­naio, fug­giva il pre­si­dente tuni­sino Zine El-Abidine Ben Ali. Il 10 feb­braio in Egitto Hosni Muba­rak ras­se­gnava le dimis­sioni. Il 12 feb­braio la con­te­sta­zione arri­vava nella vicina Libia. Per i governi occi­den­tali quest’ultima sol­le­va­zione fu una manna: per­met­teva loro di gio­care il ruolo degli eroi uma­ni­tari e far dimen­ti­care il soste­gno che ave­vano offerto agli altri regimi dit­ta­to­riali. Con il voto della riso­lu­zione 1973 del Con­si­glio di sicu­rezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), il 17 marzo, essi riten­nero di aver otte­nuto il via libera per ini­ziare una danza maca­bra intorno al diri­gente libico Muam­mar Gheddafi.

La nuova bat­ta­glia nel deserto

Fra i pro­ta­go­ni­sti del con­flitto figu­ra­vano in primo luogo il Con­si­glio nazio­nale di tran­si­zione (Cnt) e i suoi ete­ro­ge­nei rivo­lu­zio­nari, che con­di­vi­de­vano un unico obiet­tivo: disfarsi del tiranno. Per otte­nerlo, era indi­spen­sa­bile un sup­porto esterno.

Gli altri pro­ta­go­ni­sti erano la coa­li­zione occi­den­tale e il suo brac­cio armato, la Nato; irrup­pero come giu­sti­zieri in que­sta nuova bat­ta­glia nel deserto. Il loro obiet­tivo era rea­gire con fero­cia alle azioni di Ghed­dafi e, come con Sad­dam Hus­sein, eli­mi­narlo defi­ni­ti­va­mente. Ma, per disfarsi di un solo uomo ed evi­tare un mas­sa­cro di civili, era pro­prio neces­sa­rio sca­te­nare una guerra puni­tiva di quelle dimen­sioni e com­met­tere un mas­sa­cro di civili altret­tanto inno­centi? Si stava gio­cando con il fuoco; e si poteva già pre­ve­dere il caos che ne sarebbe deri­vato, come in Soma­lia, in Iraq, in Afgha­ni­stan e altrove.

Il campo occi­den­tale con­tava natu­ral­mente sul grande fra­tello sta­tu­ni­tense, la «nazione indi­spen­sa­bile», secondo l’espressione dell’ex segre­ta­ria di Stato Made­leine Albright. Ma pro­prio in quel periodo, Barack Obama inau­gu­rava la nuova dot­trina del «ripo­si­zio­na­mento» verso l’Asia e il Paci­fico. Gli Stati uniti, assor­biti dai pro­blemi interni nati dalla crisi eco­no­mica e finan­zia­ria, ave­vano anche biso­gno di ripie­garsi un po’ su se stessi. E ave­vano deciso di eser­ci­tare la pro­pria lea­der­ship mon­diale da «die­tro le quinte» («lea­ding from behind»). Allora, abban­do­nando le tra­di­zioni diplo­ma­ti­che, la Fran­cia si mise alla testa della coa­li­zione inter­na­zio­nale anti-gheddafiana. E diresse le osti­lità «da davanti», con la delega inter­na­zio­nale.
Ma chi avrebbe gover­nato la Libia dopo Ghed­dafi? Chi sarebbe stato in grado di appia­nare le ten­sioni inter­re­gio­nali, inter­tri­bali e inter­re­li­giose che sareb­bero nate ine­lut­ta­bil­mente dal pros­simo, ter­ri­bile scon­tro? Come evi­tare il caos all’interno del paese e la desta­bi­liz­za­zione all’esterno, soprat­tutto nel Sahel? In seno all’Unione afri­cana ci face­vamo tutte que­ste domande.

La scelta dell’Onu

La riso­lu­zione 1973 si limi­tava a chie­dere un imme­diato ces­sate il fuoco e deli­be­rava l’imposizione di una no-fly zone nello spa­zio aereo libico per pro­teg­gere i civili; esclu­deva il dispie­ga­mento di un eser­cito di occu­pa­zione. Rus­sia e Cina, in man­canza di rispo­ste sui mezzi pre­vi­sti per appli­care la riso­lu­zione, pur non avva­len­dosi del diritto di veto ave­vano pru­den­te­mente optato per l’astensione (come Ger­ma­nia, Bra­sile e India). L’intervento mili­tare, con il ricorso a forze spe­ciali sul ter­reno, l’aiuto ai ribelli o gli attac­chi aerei con­tro le truppe e i cen­tri di comando, per quelle due potenze rap­pre­sentò uno smacco e una stru­men­ta­liz­za­zione. Il punto non era mai stato quello di sba­raz­zarsi di Ghed­dafi o di imporre un cam­bio di regime.

L’agire delle potenze occi­den­tali, da molti rite­nuto ille­gale e immo­rale, suscitò nume­ro­sis­sime rea­zioni inter­na­zio­nali. Come quella, par­ti­co­lar­mente vee­mente, di Mbeki: «Pen­sa­vamo che 150 anni di schia­vitù, impe­ria­li­smo, colo­nia­li­smo e neo­co­lo­nia­li­smo fosero finiti. (…) Ma le potenze occi­den­tali si sono arro­gate in modo uni­la­te­rale e sfron­tato il diritto di deci­dere del futuro della Libia ». Que­sto «scop­pio di col­lera» espri­meva un sen­ti­mento di umi­lia­zione lar­ga­mente condiviso.

Ai nostri occhi era evi­dente che lo spet­tro della guerra civile, della divi­sione, della «soma­liz­za­zione», del ter­ro­ri­smo e del nar­co­traf­fico si aggi­rava per la Libia. Per­ché era­vamo gli unici a vederlo? Per­ché si faceva quella guerra? Per la difesa della demo­cra­zia, o per il con­trollo del petro­lio, o per sor­dide con­si­de­ra­zioni elet­to­rali (Nico­las Sar­kozy era già in pre-campagna per le pre­si­den­ziali fran­cesi dell’anno seguente), o per tutto que­sto insieme? Non c’erano altre strade, invece di bom­bar­da­menti massicci?

La road map africana

L’Unione afri­cana era con­vinta di sì. Per que­sto optò per una rispo­sta più poli­tica che mili­tare e si dedicò a ela­bo­rare una «road map», adot­tata il 10 marzo 2011. Il docu­mento era arti­co­lato essen­zial­mente in tre punti: una «ces­sa­zione imme­diata delle osti­lità», seguita da un dia­logo in vista di una «tran­si­zione con­sen­suale»- che esclu­deva la per­ma­nenza al potere di Ghed­dafi -, con l’approdo a un «sistema demo­cra­tico» come obiet­tivo finale. L’Occidente voleva sop­pri­mere un uomo; l’Unione afri­cana voleva cam­biare un sistema. Come a scon­fig­gere que­sta pro­po­sta, il 20 marzo ini­zia­rono i bom­bar­da­menti della Nato, pro­prio men­tre sta­vamo par­tendo alla volta di Tri­poli e poi di Ben­gasi, per cer­care di con­cre­tiz­zare il piano.

Il 19 marzo, il comi­tato dei capi di Stato, inca­ri­cati dall’Unione afri­cana di con­vin­cere le due parti del con­flitto libico ad accet­tare i ter­mini di una solu­zione poli­tica, si era riu­nito a Noua­k­chott, in Mau­ri­ta­nia, dopo un primo incon­tro ad Addis Abeba, in Etio­pia, sede dell’organizzazione. Nel bel mezzo della riu­nione, Ban Ki-moon, segre­ta­rio gene­rale dell’Onu, tele­fonò per par­larmi con urgenza. Egli stava par­te­ci­pando, quello stesso giorno, a un altro ver­tice inter­na­zio­nale che riu­niva diri­genti arabi, euro­pei e sta­tu­ni­tensi per «deci­dere e agire col­let­ti­va­mente in appli­ca­zione della riso­lu­zione 1973». Il segre­ta­rio gene­rale mi annun­ciava che i governi riu­niti a Parigi l’avevano espres­sa­mente inca­ri­cato di chie­dermi di dis­sua­dere i nostri rap­pre­sen­tanti dal recarsi a Tri­poli e Ben­gasi. Per una pre­cisa ragione, che mi spiegò:«Le ope­ra­zioni mili­tari della Nato ini­ziano oggi».Uno sce­na­rio simile, che emar­gi­nava l’Onu e le media­zioni dell’Unione afri­cana, si è veri­fi­cato in Costa d’Avorio. Prova che, per certe potenze, nes­suna auto­rità è supe­riore alla loro.

Comun­que, per noi era solo un rin­vio. Il 10 aprile, rap­pre­sen­tanti dell’Unione afri­cana arri­va­vano a Tri­poli per incon­trare Ghed­dafi. Ma il giorno dopo, a Ben­gasi, i nostri vei­coli furono cir­con­dati non appena fuori dall’aeroporto, e noi fummo costan­te­mente insul­tati per tutto il tra­gitto fino all’hotel dove erano pre­vi­sti gli incon­tri. Pen­sai: «Cer­ta­mente qui den­tro, da qual­che parte, ci deve essere Bernard-Henry Lévy».

Mustafa Abdel Jalil, pre­si­dente del Cnt, e il suo gruppo ini­zia­rono la riu­nione sotto l’ininterrotta pres­sione di una folla di mani­fe­stanti aggres­sivi che con­ti­nua­rono a urlare fino alla nostra par­tenza. Risul­tato: Ghed­dafi accettò la nostra pro­po­sta, il Cnt la rifiutò. I piro­mani ave­vano vinto sui pom­pieri. Lo scon­tro aveva avuto la meglio sul negoziato.

L’Unione afri­cana è stata l’unica orga­niz­za­zione inter­na­zio­nale a pro­porre una solu­zione poli­tica. Forse per­ché l’Africa aveva già vis­suto espe­rienze ana­lo­ghe e ne por­tava cica­trici inde­le­bili. Si pensi alla tra­ge­dia in corso da oltre venti anni in Soma­lia, paese abban­do­nato da tutti, dopo il disa­stro dell’operazione mili­tare sta­tu­ni­tense «Restore Hope», nel 1993. E si pensi al caos ira­cheno e alla disin­te­gra­zione attuale di quello Stato.

«L’Afghanistan vicino a casa»

Anche in Libia, come ave­vamo pre­vi­sto, il sogno euro­peo è diven­tato un incubo. Le strut­ture sta­tali sono implose a van­tag­gio dei signori della guerra, dei clan mafiosi e dei ter­ro­ri­sti islamo-affaristi; il sac­cheg­gio dei depo­siti di armi ha tra­sfor­mato il paese in un gigan­te­sco arse­nale a cielo aperto; le reti ille­gali legate all’immigrazione clan­de­stina si sono mol­ti­pli­cate. Così, la Libia è diven­tata, per pren­dere a pre­stito l’espressione di un ex capo dei ser­vizi segreti fran­cesi, «l’Afghanistan vicino agli euro­pei».

Eppure ave­vamo avver­tito il mondo intero: que­sta bomba a oro­lo­ge­ria sarebbe finita per esplo­dere nelle mani degli arti­fi­cieri, che non sape­vano quale sto­ria stes­sero scri­vendo. La pro­po­sta afri­cana che nes­suno voleva ascol­tare mirava a con­vin­cere Ghed­dafi a seguire la strada dell’esilio esterno, come Ben Ali, o interno, come Muba­rak. Egli avrebbe dovuto rinun­ciare auto­no­ma­mente a quella parte di potere che gli rima­neva per rispar­miare al suo popolo le disgra­zie e le umi­lia­zioni di un inter­vento stra­niero, e i tor­menti di una guerra civile, il cui esito gli sarebbe stato fatale.

Die­tro il pre­te­sto umanitario

Ci era­vamo messi alla ricerca di pos­si­bili luo­ghi di esi­lio. All’interno della Libia, ave­vamo pro­po­sto Sebha, capi­tale della regione del Fez­zan, vicina agli amici dell’Africa nera, in par­ti­co­lare il Ciad. Per l’esilio interno, la Tur­chia aveva decli­nato la nostra offerta. Il Vene­zuela si era pro­po­sto, ma que­sta solu­zione era troppo deli­cata. Ave­vamo con­tat­tato anche l’Egitto, non gra­dito però ai soste­ni­tori di Gheddafi…

La diplo­ma­zia rimane l’arma prin­ci­pale della nostra Unione. La nostra logica è quella della «pace pre­ven­tiva» e non, come è stato troppo spesso il caso da parte delle potenze occi­den­tali, quella della «guerra pre­ven­tiva», com­ple­ta­mente ille­git­tima. Per­ché non ci hanno lasciato il tempo di appli­care il nostro piano, che Ghed­dafi aveva accet­tato? Oggi, guarda caso, il signor Bernard-Henry Lévy, «Bhl», il filo­sofo fran­cese iper­ci­ne­tico e guer­ra­fon­daio, non parla più della situa­zione libica. Si dedica ad altri fronti: Siria, Ucraina…

Fra gli attori stra­te­gici c’erano poi gli Stati arabi e la loro orga­niz­za­zione regio­nale. Al con­tra­rio dell’Unione afri­cana, la posi­zione della Lega araba era pra­ti­ca­mente alli­neata su quella degli occi­den­tali, con il Qatar in testa al gruppo dei guer­ra­fon­dai. Quanto a Ghed­dafi, egli non poteva capire che, in un mondo diven­tato vil­lag­gio pla­ne­ta­rio, tutti i popoli aspi­ra­vano a libertà, dignità e giu­sti­zia. La sua rea­zione alla sol­le­va­zione popo­lare veniva da un altro tempo: la repressione.

Eppure, que­sta eccen­trica per­so­na­lità sem­brava arri­vata in quel periodo all’apice della glo­ria. Ghed­dafi era tor­nato a essere fre­quen­ta­bile e aveva ottime rela­zioni con i potenti del mondo: si pensi al suo sog­giorno a Parigi alla fine del 2007, con la cele­bre tenda beduina pian­tata a poca distanza dagli Champs-Elysées, e al viag­gio di Sar­kozy a Tri­poli nel luglio dello stesso anno; ai buoni voti del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale; agli eccel­lenti rap­porti del lea­der libico con l’Italia di Sil­vio Ber­lu­sconi. Ghed­dafi col­la­bo­rava anche con i ser­vizi segreti sta­tu­ni­tensi, bri­tan­nici e fran­cesi. Ma i sogni gran­diosi della «Guida» crol­la­rono come un castello di carte, por­tate via dallo «tsu­nami arabo». Dav­vero, ci addor­men­tiamo con il mondo ai nostri piedi, e ci sve­gliamo con le bombe che ci cadono in testa.

Il 20 otto­bre, l’aviazione fran­cese inter­cet­tava il con­vo­glio di Ghed­dafi. Men­tre fug­giva a piedi, egli fu sco­perto, atro­ce­mente sevi­ziato da un gruppo di insorti e infine ucciso. La «guerra uma­ni­ta­ria», amman­tata dei buoni e nobili sen­ti­menti ispi­rati al nuovo prin­ci­pio detto «respon­sa­bi­lità di pro­teg­gere» — adot­tato dalle Nazioni unite nel 2005 -, si rive­lava una misti­fi­ca­zione. Usata per dis­si­mu­lare la clas­sica poli­tica di potenza, il cui obiet­tivo era rove­sciare un regime e assas­si­nare un capo di Stato estero.

E sta­volta con il via libera dell’Onu.

*Ex mini­stro degli Esteri gabo­nese, ex pre­si­dente della Com­mis­sione dell’Unione afri­cana. Autore di Eclipse sur l’Afrique. Fallait-il tuer Kad­hafi?, Micha­lon, Parigi, 2014. (Tra­du­zione di Mari­nella Cor­reg­gia, copy­right Le Monde diplomatique/ilmanifesto)